La sponda italiana

La prospettiva di una crescita economica azzerata per l’Unione europea, il primo partner commerciale degli Stati Uniti, preoccupa Barack Obama, e questo il presidente americano lo ha fatto presente ieri anche a Mario Monti. Soprattutto perché il premier italiano – osservano alcuni analisti – può essere un prezioso alleato nel tentativo di correggere certe scelte di Bruxelles, e soprattutto del paese leader dell’Ue, la Germania.
9 FEB 12
Ultimo aggiornamento: 10:37 | 5 AGO 20
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La prospettiva di una crescita economica azzerata per l’Unione europea, il primo partner commerciale degli Stati Uniti, preoccupa Barack Obama, e questo il presidente americano lo ha fatto presente ieri anche a Mario Monti. Soprattutto perché il premier italiano – osservano alcuni analisti – può essere un prezioso alleato nel tentativo di correggere certe scelte di Bruxelles, e soprattutto del paese leader dell’Ue, la Germania. Da mesi infatti Washington non fa mistero di non condividere la cura a base di austerity che Berlino ha prescritto per il Continente. Per questo ieri sono state accolte con favore le parole di Monti durante la prima tappa della due giorni statunitense di Monti, al Peterson Institute of International Economics del cui board il premier ha fatto parte in passato: ora, nella “fiscally compact Europe” – ha detto – serve un “patto per la crescita” che punti sul rafforzamento del mercato interno.

Tesi sviluppiste in sintonia con quelle espresse proprio ieri, sul Corriere della Sera, dal fondatore dello stesso think tank, Fred Bergsten, che suggeriva la sua ricetta per uscire dalla crisi: “I tedeschi pagheranno quello che è necessario” per sostenere la moneta unica, e “quanto alla Bce, farà il prestatore di ultima istanza”. Si tratta di quanto chiesto finora dall’Amministrazione americana, soprattutto tramite il segretario al Tesoro, Timothy Geithner: meglio rallentare il consolidamento fiscale dove possibile (come in Germania) per non deprimere troppo l’economia, poi occorre incrementare le risorse per i “firewall” anti speculazione e infine lasciare che la Bce possa agire in maniera più decisa a sostegno degli stati, un po’ come ha fatto la Fed a partire dall’inizio della crisi finanziaria del 2008. D’altronde è almeno al 2009 che risalgono i primi significativi attriti tra Washington e Berlino. Un recente studio dello stesso Peterson Institute di Washington è dedicato, non a caso, al grande scontro diplomatico che oppose al G20 di Seul del 2010 Stati Uniti da una parte, e Cina e Germania dall’altra.
Allora Geithner ribadì che l’economia globale non si sarebbe ripresa fino a quando non fossero stati sanati certi squilibri. Washington propose perciò un nuovo impegno ai paesi del G20: correggere avanzi o deficit della bilancia commerciale non appena questi avessero superato il 4 per cento del pil. Cina e Germania misero il veto, e per questo il Financial Times coniò una nuova espressione: “Chermany”. La critica ricorrente di molti analisti anglosassoni, come anche della Casa Bianca, è nota: Berlino, avvantaggiata da un euro relativamente debole e da una politica decennale di contenimento salariale, alimenta le sue esportazioni (che nel 2011 hanno superato in valore il trilione di euro) ma non fa quasi nulla per sostenere i mercati dei paesi vicini (al punto che ora anche la Francia segnala un preoccupante deficit della bilancia). Un altro autorevole think tank statunitense, il Center for Strategic and International Studies, nel cui board siedono Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, l’anno scorso pubblicò un commento così intitolato: “I nuovi puritani della Germania devono mettere fine alla loro dipendenza da export”.

Alla vigilia della sua visita americana, il presidente del Consiglio Monti ha affrontato il tema in un’intervista al Wall Street Journal: ha osservato che “avrebbe molto senso” chiedere a Berlino di agire come locomotiva dell’Europa attraverso un rilancio della domanda interna, ma ha aggiunto che questo “non sarà l’argomento vincente”. Meglio chiedere a Merkel di approvare anche nel suo paese tutta una serie di norme liberalizzatrici che non potranno che avere ricadute positive per tutta l’Ue. “Finora gli Stati Uniti non hanno potuto esercitare sufficiente influenza nel dibattito europeo – dice al Foglio Domenico Lombardi, senior fellow del Brookings Institute – anche perché non esisteva di fatto un modello di politica economica credibile alternativo a quello tedesco. Con Monti hanno trovato quantomeno un interlocutore che parla la loro stessa lingua”. E, sperano a Washington, un alleato utile nel temperare la deriva deflazionistica made in Deutschland.